Mi sono imbattuta in un profilo Instagram, MyArtBroker, che pubblica video in cui viene chiesto alle persone quale opera d’arte vorrebbero possedere e purché. Una domanda che mi è rimasta impressa. Quale opera d’arte vorrei avere sempre a disposizione, per ammirarla in solitaria? È una domanda impegnativa. Come si fa a sceglierne solo una? È un po come quando, per gioco, viene chiesto “Se potessi mangiare una sola pietanza per il resto della vita, quale sceglieresti?”. Sono domande importanti sull’esistenza, mi viene l’ansia anche solo a decidere che asciugamani mettere in bagno, figuriamoci scegliere una cosa che rimane lì per sempre e che non puoi cambiare. Ho fatto un bilancio e ho scelto due opere – una sola è impossibile.
La prima opera che desidererei avere sempre a disposizione è Sotto le betulle di Theodore Rousseau, 1842. Non sono brava a descrivere oggettivamente un’opera d’arte, soprattutto in questo caso, in cui voglio scegliere con attenzione le parole. La prima cosa che mi colpisce è la vegetazione, che domina la tela. Sembra che il titolo metta al centro gli alberi ma non è così, il protagonista è un altro. Quello che mi attira di più è questo grande punto bianco, centrale, che riflette la sua luce su un secondo oggetto, seduto accanto a lui. Guardando meglio, i veri protagonisti non solo le betulle, ma ciò che sta sotto. Un cavallo e il suo cavaliere, riposano dopo una lunga camminata. Rousseau partecipata regolarmente al Salone di Parigi, debuttando nel 1831. Poi nel 1836 la sua opera venne rifiutata – La discesa del bestiame negli Alti Monti del Giura – e questo segnò per lui una svolta. Si trasferì vicini alla foresta di Fontainebleau, dove formò con altri pittori la scuola di Barbizon. Una scelta di allontanamento, forse, ma anche un gesto di coerenza e visione. Dipingeva spesso paesaggi in solitaria, malinconici che per lui erano probabilmente un segno di distacco, ma che a me mettono pace e tranquillità. Me lo appenderei in un punto dove poterlo ammirare nelle giornate piene di ansia e paura (quindi tutte).
La seconda opera che vorrei portarmi via è Music is like painting di Francis Picabia, 1915; un pittore che attraversò correnti diverse – impressionismo, astrazione, fino all’influenza concettuale di Duchamp. Eppure, nonostante le svolte, certe tracce ritornano sempre. Nel 1915, se con uno sguardo tende verso le avanguardie statunitensi, con l’altro continua a dipingere opere astratte, come Music il like painting. È un quadro che prova a restituire la sensazione degli accordi musicali attraverso linee e colori, come se l’arcobaleno uscisse dai suoi margini e cercasse nuove direzioni. Queste linee dritte, che mi ricordano banalmente le corde appena pizzicate di uno strumento, vibrano ancora di suono e di passione. Tutto avviene su uno sfondo nero – il colore non colore – che, invece di spegnere, fa risaltare ogni tinta. “Picabia punta a stabilire un rapporto ideale tra l’iride e le note”. 1
Vorrei usare lo strumento contagocce su quel giallo senape e colorarci il mondo intero.
Quindi missione fallita. Non sono capace a scegliere tra Rousseau e Picabia come non sono capace a scegliere tra pasta o pizza. Sarò condannata in questo mondo idilliaco e fantastico dove mangerò solo carboidrati mentre ammiro due capolavori inestimabili. Me ne farò una ragione.
1 Arte nel tempo. Dal postimpressionismo al Postmoderno, di Pierluigi De Vecchi e Elda Cerchiari. 1 Edizione Bompiani, Volume III tomo 2.