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Un’ombra italiana nel cuore del Louvre

21 agosto 1911. Siamo al museo del Louvre e uno dei furti più celebri della storia sta per essere compiuto. Narrerei così questo episodio se fosse una puntata del podcast di Elisa true crime.

Un uomo, vestito con una giacca da imbianchino, si aggira tra i corridoi del museo. È mattina presto, il museo è chiuso al pubblico e nessuno fa troppo caso a lui.
Ma quell’uomo non è li per lavorare.
Quell’uomo è lì PER RUBARE LA GIOCONDA! OH NOO!

Il nostro colpevole si chiama Vincenzo Peruggia, ha trent’anni, viene da un paesino in provincia di Varese e ama l’arte. È in Francia da qualche anno e ha lavorato proprio lì, al Louvre, come decoratore.

La notte del 20 agosto 1911, Vincenzo si nasconde tra i corridoi del museo, per poi infilarsi in uno stanzino delle scope. Indossa una divisa bianca, la stessa che usava per lavorare; quindi non dà nell’occhio e nessuno fa caso a lui.

Conosce il luogo alla perfezione: non solo lavora all’interno ma ha contribuito al montaggio del vetro protettivo della Gioconda. 

Passa la notte lì, in silenzio e pronto ad attaccare al mattino. All’alba del giorno successivo, quando il museo comincia lentamente a svegliarsi, esce dal suo nascondiglio. Si muove con naturalezza e nessuno lo ferma, nessuno lo nota. Raggiunge la Sala Carrée, dove la Monna Lisa è appesa alla parete. La sala è vuota. Il momento è perfetto.

Elaborazione AI

Con gesti rapidi e precisi, stacca il quadro dal muro, rimuove il vetro, smonta la cornice e si prende la tela. La nasconde sotto il cappotto e in tutto questo tempo non scatta un allarme e, di conseguenza, lui non inizia a correre. Sta andando tutto troppo liscio – il tempo di pensarlo e qualcosa accade. Quando si dirige verso l’uscita secondaria verso la Senna, trova la porta bloccata: è stata tolta la maniglia interna per motivi di sicurezza, per evitare che le persone potessero uscire direttamente per strada in modo non autorizzato (che strano!). La soluzione più logica per Peruggia? Bussare alla porta e sperare che qualcuno gli apra. Ha bussato e gli hanno aperto (essendo vestito da lavoratore, chi apre la porta non si pone troppe domande), così Vincenzo esce dal museo senza alcun problema, con la Gioconda nel cappotto.

Il nostro ladro non è completamente tranquillo, infatti dalla confusione sbaglia tram per tornare a casa; niente panico: chiama subito un taxi e arriva nel suo alloggio. La prima cosa che fa è nascondere il dipinto sotto il letto in una valigia, dove rimane per più di due anni, il tempo necessario per pensare alla conclusione del piano: riportare la gioconda in Italia!

Secondo lui la Gioconda era stata rubata da Napoleone insieme a tante opere italiane, durante le spoliazioni. Il dittatore francese purtroppo si prese molti capolavori, ma non la Gioconda. Lei, infatti, fu portata da Leonardo stesso in Francia nel 1516 e donata (alcuni dicono venduta per una somma interessante) a Re Francesco I.

Siamo davanti a un atto di malinconia, un’azione patriottica per riportare nel paese qualcosa che non c’è mai appartenuto.

Vincenzo, mosso da questi sentimenti, decide di partire verso Firenze nel 1913. Contatta l’antiquario Alfredo Geri, al quale scrive fingendosi un certo “Leonardo” (Vincenzo un puro genio del male) e gli propone un incontro, per venderle la vera e unica Gioconda. DISCLAIMER: Vincenzo non voleva arricchirsi, voleva solo portare il dipinto in Italia, infatti chiede solo 500.000 mila lire per coprire le spese sostenute.

Geri, per niente stupido, viene conquistato da questa lettera e decide di presentarsi all’appuntamento, chiamando anche Giovanni Poggi, direttore degli Uffizi.

CURIOSITÀ’: l’appuntamento viene fissato all’Hotel Tripoli in via Panzani. Dopo l’accaduto, l’albergo cambia nome, chiamandosi Hotel Gioconda. Negli ultimi anni purtroppo ha dovuto chiudere, ha ceduto il posto al The Frame, catena chic e distante dal racconto.

Davanti al dipinto, nessuno ha dubbi: è la Gioconda di Leonardo Da Vinci!
Ora il problema è quello di sottrarlo al ladro e arrestarlo.
I due fiorentini chiamano subito la polizia, la quale si accorre sul posto e arresta Vincenzo Peruggia. 

Il risultato del processo è una condanna di un anno e 15 giorni di reclusione – ovviamente ridotti a sette mesi e mezzo. Nonostante l’esito, la stampa nazionale non addita Vincenzo come un ladro, ma lo fa passare come un bravo ragazzo, il vicino della porta accanto che ha fatto una goliardata, mosso dal “Peruggismo” (termine usato da quel momento in poi per indicare un reato fatto per il bene della patria).

In tutto ciò la Gioconda viene presa in custodia dagli Uffizi, che non esitano un secondo nel mostrarla a Firenze: si presentarono 30.000 visitatori nei primi 4 giorni di esposizione, pagando a testa una lira per il biglietto. Dopo Firenze, Milano e poi finalmente rincasa nella sua culla francese. 

Il 4 gennaio 1914 La Monna Lisa ritorna appesa alla parete del Louvre e nessuno l’hai mai più toccata, tenendosi stretto il sui posto fisso.

Vincenzo Peruggia muore all’età di 44 anni. Nonostante abbia messo in pericolo un capolavoro di inestimabile importanza, può essere l’unico al mondo a poter dire di aver mangiato nella sua cucina insieme alla Gioconda.